Plastic River

Un documentario per raccontare come ognuno di noi possa fare la differenza

Un documentario incentrato sull’impegno annuale di un ragazzo che a bordo del suo kayak risale i laghi e fiumi lombardi ripulendoli dai sempre più frequenti rifiuti di plastica

Il progetto

Scopo del progetto Plastic River è quello di sensibilizzare il maggior numero di persone sul reale ed immediato problema dell’inquinamento da plastica e su come questo stia deturpando le nostre acque e il nostro territorio. Ma sono di nuovo le parole dello stesso regista a indirizzarci verso la corretta visione del documentario:

“Ho scelto di raccontare il viaggio di Tiberio senza enfatizzarne le gesta o alterarne l’operato, ad esempio non trascinandolo in luoghi dove potessimo incontrare volutamente rifiuti in grande quantità. L’obiettivo fin da subito è stato quello di valorizzare la bellezza della natura e di quei luoghi che un ragazzo in kayak avrebbe scelto per i suoi itinerari, presentandolo in antitesi allo scempio dell’inquinamento. Oltre a voler porre in evidenza il tema del degrado e dello scarso impegno nei confronti dell’ambiente, abbiamo voluto dare priorità al racconto della relazione tra Tiberio e la natura, che per tanti anni lo ha accolto. Abbiamo cercato di muoverci in un tema infinitamente grande raccontando una storia piccola, immortalando un gesto semplice come raccogliere qualcosa che non dovrebbe nemmeno essere gettato, perché è dietro la vastità e la complessità di questi temi che ci siamo sempre nascosti, costruendoci un perfetto alibi fatto di passività e indifferenza”.

Tiberio, a bordo del suo kayak

La produzione mondiale di plastica è in continua crescita e non accenna a calare. Oggi è il terzo materiale umano più diffuso sulla Terra dopo acciaio e cemento e la plastica vergine prodotta dall’anno 2000 ad oggi è pari al quantitativo prodotto nei cinque decenni precedenti: un’accelerazione che non ha davvero pari. Sono dati che fanno riflettere, specialmente se pensiamo ai 700 chili di plastica al secondo che, quotidianamente, finiscono nelle acque di tutto il globo. La produzione mondiale di plastica è in continua crescita e non accenna a calare. Oggi è il terzo materiale umano più diffuso sulla Terra dopo acciaio e cemento e la plastica vergine prodotta dall’anno 2000 ad oggi è pari al quantitativo prodotto nei cinque decenni precedenti: un’accelerazione che non ha davvero pari. Sono dati che fanno riflettere, specialmente se pensiamo ai 700 chili di plastica al secondo che finiscono nelle acque di tutto il globo, quotidianamente. Dagli anni ‘50, periodo in cui è iniziata una vera e propria escalation della produzione mondiale di plastica, ad oggi si stima siano stati prodotti 8,3 miliardi di tonnellate di questo materiale. Di questi, ben 6,3 miliardi sono diventati spazzatura, in massima parte (parliamo del 79%) accumulata nelle discariche o dispersa nell’ambiente, con grave danno degli ecosistemi. Nel 2015 Jenna Jambeck, docente di ingegneria alla University of Georgia, ha pubblicato in un importante studio una stima approssimativa di quanta plastica non riciclata finisca in mare ogni anno: si parla di una cifra compresa tra i 4,8 e i 12,7 milioni di tonnellate, calcolando solo il materiale che si riversa in acqua dalle regioni costiere. La maggior parte di questi rifiuti non proviene da navi, ma viene abbandonata in fiumi e laghi per poi raggiungere mari e oceani. Il tempo di decomposizione è ancora oggi un’incognita, le stime vanno da 450 anni a mai.

Conoscete la storia di quelle 7200 paperelle gialle di gomma, finite in mare in seguito alla caduta in acqua del container dalla nave che lo stava trasportando?
Era il mese di gennaio del 1992, quando un cargo proveniente da Hong Kong e diretto negli USA si imbatté in una violenta tempesta, in pieno Oceano Pacifico. Parte dei container che si trovavano sul ponte caddero in mare; alcuni di questi nell’urto si aprirono, riversando in acqua il proprio contenuto: piccoli animali di plastica destinati a intrat- tenere i bambini nel momento del bagno. Grazie a questi giocattoli e all’incredibile viaggio che li portò a toccare ogni angolo del mondo, gli scienziati furono in grado di migliorare le proprie conoscenze riguardo lo studio delle correnti marine e indirettamente acquisirono informazioni sull’inquinamento degli oceani e i cambiamenti climatici. Allo stesso modo di quelle paperelle, ogni rifiuto racconta una storia, lascia traccia di un passato e, prestando attenzione, ci aiuta a capire verso quale futuro il nostro territorio è destinato e come intervenire al meglio. Ed è per riflettere su tutto ciò che è nato Plastic River, l’ultimo progetto di Manuel Camia – giovane regista trentenne nato in provincia di Milano, una passione per il racconto delle vite umane e per l’incontro con l’altro – e realizzato nel 2019 insieme all’associazione culturale Chora, impegnata nella tutela e nella valorizzazione del paesaggio e dei beni culturali. Un documentario incentrato sull’impegno annuale di Tiberio, un ragazzo che a bordo del suo kayak risale i laghi e fiumi lombardi ripulendoli dai sempre più frequenti rifiuti di plastica. Il tema estremamente complesso e variegato dell’inquinamento da plastica emerge nel racconto di una storia intima, intrecciando le informazio- ni scientifiche al percorso personale di un uomo comune, un archeologo dell’ordinario che recupera le tristi tracce lasciate sul pianeta dagli esseri umani.