Da Milano un laboratorio di agricoltura urbana per la terra e le persone

cosostenibilità, reciprocità e solidarietà in un unico progetto, che si sviluppa su terreni del Comune, ma che parte dal basso, da chi lavora la terra con competenza e dai cittadini della zona

Le città si trasformano, le città si evolvono, le città diventano più green. Milano non fa eccezione. Il tema delle “urban food policies” è oggi sempre più presente nelle agende delle municipalità. Non dimentichiamo, che proprio Milano è stata la città promotrice nel 2015 del “Milan Urban Food Policy Pact”, un accordo internazionale che raccoglie 211 città di ogni parte del mondo accomunate dalla volontà di “sviluppare sistemi alimentari sostenibili, che forniscano cibo sano e conveniente a tutte le persone, […] che riducano al minimo gli sprechi e preservino la biodiversità[…]”: https://www.milanurbanfoodpolicypact.org. “ZeroImpatto-oltreBio” porta in città il concetto dei “servizi ecosistemici agricoli”, applicandolo alla produzione ecologica ed organica di cibo per la città di Milano. L’azienda agricola di quartiere produce, infatti, alimenti biologici su terreni inseriti nell’area urbana, utilizzando tecniche rigenerative e, allo stesso tempo, coinvolgendo i cittadini, creando comunità. Il valore così prodotto è molteplice. Anzitutto, valore ambientale e alimentare. Le tecniche utilizzate per coltivare i terreni si definiscono di agricoltura organica rigenerativa, poichè utilizzano differenti approcci ed esperienze di agricoltura sostenibile volti al recupero della fertilità e della qualità del suolo. L’agricoltura rigenerativa è una pratica essenziale in ambito urbano, in quanto permette la coltivazione di terreni che, per la loro collocazione, sono più soggetti di altri a problematiche legate alla qualità dell’aria, della terra e dell’acqua. Rigenerare vuol dire favorire la biodiversità, massimizzare la riduzione della CO2, minimizzare gli sprechi di materie prime (in primis acqua ed energia) e pianificare nel lungo termine lo sviluppo di nuovi habitat naturali. Ma il valore prodotto è anche sociale ed economico, con ricadute dirette sui cittadini. Infatti, il progetto ha visto la creazione della prima esperienza di Comunità di Supporto all’Agricoltura della città di Milano (CSA-Milano), che si propone, fra l’altro, di riavvicinare le persone alla terra e di aumentare la consapevolezza verso un consumo responsabile. Il tutto, all’interno di una cornice di sostenibilità economica: per il produttore, che ha il giusto ritorno per il suo lavoro e per i cittadini che, grazie alla CSA, possono accedere a cibi di qualità a un prezzo più contenuto rispetto ai canali tradizionali. In due anni di attività, il progetto è riuscito a coinvolgere più di 100 famiglie sostenitrici, per un totale di oltre 300 persone. Di queste, il 20% partecipa attivamente alle attività dell’azienda e il 60% acquista regolarmente i prodotti del campo.

Il progetto può essere considerato un modello sperimentale di ecosostenibilità replicabile anche su scala più diffusa, nonché un laboratorio per testare e certificare nuove pratiche agricole e sociali ottimizzate per il contesto urbano. Inoltre, l’iniziativa è coerente con le raccomandazioni proposte dalla Fondazione Barilla nel report – già citato su queste pagine – “Cibo, città, sostenibilità. Un tema strategico per l’agenda 2030”. Una di queste, recita: “Garantire a tutti il diritto di avere accesso a cibo sano e nutriente, riducendo le disuguaglianze socioeconomiche”. Una raccomandazione che rimanda a un agire comunitario, dal cittadino all’istituzione, in un momento in cui la sostenibilità alimentare si confronta con un’emergenza sanitaria ed economica che potrebbe lasciare cicatrici, anche profonde, a livello sociale. Ricordiamo, che oggi i cittadini sono importanti motori di cambiamento, in quanto più consapevoli nelle loro scelte di consumo e più determinati nel ricercare risposte all’interno della dimensione locale in cui vivono. Sono dunque loro i più forti alleati per le istituzioni territoriali che vogliano davvero avviare un concreto cambio di passo nella creazione di sistemi più sostenibili. Il Vigentino, fino a pochi decenni fa quartiere industriale e oggi in completa trasformazione, sta dimostrando che il nuovo corso, oltre a cultura, arte, design, moda, può includere anche l’agricoltura urbana. Vedere per credere.

La mela rosata unibo alla prova dei cittadini, con l’obiettivo della Valtellina

La nuova varietà di mela nata all’Università di Bologna è stata proposta ai cittadini di Sondrio, ottenendo apprezzamenti e interesse. In partenza la sperimentazione in campo e la valutazione economica, per arrivare ad una filiera produttiva in Valtellina. Con un evento unico che si è svolto nella piazza Garibaldi di Sondrio, più di 130 cittadini hanno potuto assaggiare e valutare la nuova varietà di mela dell’Alma Mater.
Polpa fine e succosa, ottimo rapporto zuccheri-acidi, eccellente conservabilità e naturale resistenza a malattie e parassiti, la Mela Rosata UniBo è nata al Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari (DISTAL) dell’Università di Bologna dopo decenni di ricerche e tecniche tradizionali di incrocio. Un lavoro paziente, improntato verso un’agricoltura sostenibile ma al tempo stesso indirizzato a intercettare gli standard qualitativi delle mele apprezzate dal mercato e dai consumatori. Il risultato finale è una nuova varietà di indubbio interesse sia per il comparto vivaistico e produttivo, sia per il consumatore finale.
Il momento di “assaggio” per la cittadinanza a Sondrio è stato organizzato dall’Alma Mater e dalla Fondazione Fojanini, in collaborazione con ERSAF Regione Lombardia e il Comune di Sondrio, nell’ambito del Gruppo di Azione Locale Valtellina Valle dei sapori. I pareri e le valutazioni offerte dagli oltre 130 cittadini che hanno assaggiato la Mela Rossa UniBo hanno restituito risultati molto incoraggianti. Decisamente gradevole nell’aspetto quanto nel gusto, questa nuova varietà sembra avere caratteristiche organolettiche ideali: la sintonia fra aroma, dolcezza, croccantezza e succosità stimola infatti gli intervistati ad apprezzarla anche economicamente di abilitare una crescita sostenibile dei territori.

Ambiente Magazine

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