Eliminare la plastica usa e getta darà davvero i risultati sperati? Se infatti il messaggio rimarrà solo “Plastic free”, e non “usa e getta free”, le nuove masse rimarranno incapaci di comprendere in che modo le proprie scelte di consumatori incidono sull’ambiente. L’educazione ambientale, a partire dai giovani, e il  modo di pensare sono l’unica vera arma che abbiamo per traghettare il nostro agire verso la sostenibilità e corretta etica ecologica

Da un megafono all’altro rimbalza un messaggio parziale e fuorviante che muove una nuova, superficiale ecologia di massa al grido di “Plastic free” e appaga le coscienze di chi non comprende che: 1) al patibolo non è messa la plastica (che al momento rimane un materiale insostituibile per permettere all’uomo di volare, viaggiare in auto più sicure, usufruire di protesi mediche dalla tecnologia avanzata ecc.) ma solo la plastica usa e getta; 2) la plastica usa e getta non è rappresentata solo da stoviglie, piatti, bicchieri e bottiglie ma praticamente da tutti gli imballaggi che vengono usati in ogni genere di industria, prima fra tutte quella alimentare e 3) che se davvero si vuole essere Plastic Free non basta utilizzare la borraccia al posto della bottiglietta (che comunque sarebbe già un bel passo in avanti) ma è necessario ripensare a tutte le scelte che, in qualità di consumatori, facciamo quotidianamente in un’ottica di zero rifiuti usa e getta e meno rifiuti in generale. E l’usa e getta, ovvero i processi mentali e culturali che ci inducono al suo utilizzo, non solo è il grande assente dai messaggi, dai proclami, dagli intenti e dalle riflessioni della maggior parte delle voci che oggi si scagliano contro la plastica ma è proprio il nemico da sconfiggere se vogliamo vincere questa guerra che non è una guerra a un materiale piuttosto che a un altro ma è (dovrebbe essere) una guerra al pensiero comodo – quello di chi si accontenta del messaggio preconfezionato che non richiede di andare oltre, di riflettere criticamente – e all’azione priva di riflessione critica. Eliminare la plastica usa e getta infatti porterà davvero ai risultati sperati o sarà l’origine di nuovi (e non tanto imprevedibili) mali? Se infatti il messaggio rimarrà “Plastic free”, e non “usa e getta free”, le nuove masse rimarranno incapaci di comprendere in che modo le proprie scelte di consumatori incidono sull’ambiente, non intraprenderanno riflessioni sui materiali che sceglieranno di utilizzare, sui costi ambientali della loro produzione e sui nuovi problemi posti dal loro smaltimento e non svilupperanno atteggiamenti più radicali volti alla riduzione dei consumi a monte e alla selezione rigida dei materiali che si sceglie di consumare, col risultato che non faranno altro che sostituire la plastica con nuovi materiali usa e getta, altrettanto costosi da produrre e spesso anche altrettanto difficili da smaltire. 

“Ma si passerà al biodegradabile”, starete pensando. Ebbene, intanto non tutto il biodegradabile deriva da risorse rinnovabili, e questo già la dice lunga, ma anche nel caso del biodegradabile ottenuto da fonti rinnovabili quali sono le materie prime impiegate per la sua produzione? Al primo posto troviamo gli amidi, amido di mais in testa. E cosa succederà quando le scelte di milioni di persone faranno impennare la richiesta di mais? Va da sé: nuove coltivazioni intensive con massiccio utilizzo di diserbanti, anticrittogamici e altri veleni di sorta e, con ogni probabilità, un’impennata nella deforestazione di zone del mondo lontane dagli occhi e dal cuore di chi consuma con la coscienza lavata dal Plastic Free e magari continua pure ad abbandonare i propri rifiuti dove capita, che tanto sono biodegradabili.

L’impatto legato all’utilizzo di questi nuovi materiali (dalla produzione della materia prima, alla lavorazione e allo smaltimento, senza dimenticare il trasporto) potrebbe dunque essere altrettanto devastante e se non impareremo a pensare in maniera complessa e protesa al futuro probabilmente ci sveglieremo domani scoprendo che il nuovo demone da sconfiggere è il Mater-bi o il PLA o qualche altra bioplastica che, dopo essere stata divorata avidamente dall’uomo diventa improvvisamente cattiva. 

Allora, se c’è un demone da esorcizzare, quello è il pensiero che, quando anche c’è, si ferma in superficie, non approfondisce, non si muove lungo i nodi di una rete ma procede in maniera lineare senza considerare le connessioni. È il tipo di pensiero che caratterizza la massa perché è comodo, non richiede lo sforzo di informarsi, selezionare le fonti, analizzare dati e numeri, scovare le relazioni, ritornare più volte su quanto già appreso, rimettere tutto in discussione e cambiare. Ma cambiare questo modo di pensare è l’unica, vera arma che abbiamo per traghettare il nostro agire verso la sostenibilità ed è l’unica vera finalità che qualunque progetto, direttiva o strategia ambientale debba avere se vuole raggiungere i propri obiettivi.

C’è bisogno di cambiare e l’unico strumento che può innescare il cambiamento è l’educazione. C’è bisogno che il sistema educativo tutto mutui dall’educazione ambientale le strategie che insegnano a porsi domande piuttosto che ad accontentarsi delle risposte, ad acquisire modi di pensare piuttosto che modi di fare, a sviluppare capacità di critica piuttosto che abilità mnemoniche, a favorire esperienze piuttosto che a trasmettere nozioni, a veicolare una conoscenza che non è mai avulsa o lontana dalla realtà e dalla quotidianità di chi apprende, a cooperare per la risoluzione di problemi socialmente costruiti, a superare il concetto di confine a favore di un’ottica di territorio aperto, condiviso e collettivo, a sviluppare il pensiero complesso, reticolare, che si muove su intrecci e connessioni e assume la complessità come suo paradigma strutturale e a valorizzare la diversità. C’è bisogno che lo Stato chieda questo alla propria scuola e che promuova e valorizzi altresì tutte quelle iniziative di educazione non formale che insegnano agli adulti a fare altrettanto.

Perché “la riforma dei processi e dei sistemi educativi è essenziale al formarsi di questa nuova etica della crescita e dell’ordinamento economico mondiale. I governi ed i responsabili politici possono ordinare cambiamenti, e nuove concezioni della crescita possono avviare il processo di miglioramento della situazione mondiale, ma si tratta solo di soluzioni a breve termine se la gioventù mondiale non riceverà un’educazione di nuovo tipo” (Carta di Belgrado, 1975) e le strategie che non partiranno dall’educazione dei cittadini rimarranno soltanto una goccia in un mare. Un mare di plastica.