L’esperienza non è ciò che accade a un uomo. E’ ciò che un uomo fa di ciò che accade a lui.”
Aldous Leonard Huxley

Posso venire con voi? Zia, posso andare con loro?”. Comincia così una storia speciale, una storia di sottrazione.Mondragone, provincia di Caserta. Ci troviamo presso lo stabilimento balneare dal quale partiamo ogni volta per effettuare il monitoraggio del Fratino, Charadrius alexandrinus, sulla costa campana. Il Fratino è un piccolo caradriforme in forte rarefazione in tutto il suo areale, scomparso già da alcuni paesi europei e fortemente minacciato in Italia, dove la cementificazione del litorale, la rarefazione della duna e l’intenso sfruttamento del litorale sabbioso lo hanno ridotto a popolazioni estremamente esigue e puntiformi. In Campania parliamo di appena una dozzina di coppie riproduttive localizzate in una manciata di chilometri di costa. Noi il Fratino lo seguiamo dal 2013 e precisamente da quando il Dott. Marcello Giannotti, naturalista e ornitologo, ha lanciato l’allarme attraverso l’associazione ARDEA, avviando il progetto “Una spiaggia per il Fratino” e costituendo una squadra di “amici del Fratino” che difende i nidi, monitora l’andamento della nidificazione, informa la popolazione locale e sensibilizza l’opinione pubblica. Il contesto non è dei più semplici, tutt’altro. Il territorio è fortemente messo in crisi dalle mafie locali e la loro lunga mano si stende dall’abusivismo edilizio allo sfruttamento dell’immigrazione e della prostituzione, per non parlare dell’enorme giro d’affari legato allo smaltimento illegale dei rifiuti che qui ha assunto proporzioni tali da suscitare sgomento e preoccupazione in tutta la penisola. La latitanza delle Istituzioni negli anni in cui tutto ciò diventava sistema ha inoltre dato origine a un’illegalità diffusa e permeante che si manifesta ad ogni livello della società e di cui, spesso, anche chi è complice non ha consapevolezza o, peggio, si sente legittimato: se lo Stato non c’è, lo Stato sono io. Di fronte a questi problemi la questione ambientale e in particolare l’attenzione nei confronti delle altre specie appare, a torto, un’esigenza secondaria o meglio una non-esigenza. Il bracconaggio è talmente diffuso da essere percepito come normalità e questo, oltre ad avere a che fare con la tutela della biodiversità, investe il sentire comune rispetto alle norme, la percezione della loro importanza e la vita in società. L’atteggiamento che si respira è che alcune norme siano meno importanti di altre e che si possa decidere arbitrariamente di rispettarle o meno. Di più, che lo Stato sia qualcosa di così lontano da questa realtà che le sue norme, in questa realtà, non abbiano sufficiente legittimità per essere ritenute utili e rispettabili. E a perdere, ovviamente, è l’intera comunità perché questo fa in modo che il territorio sia sempre più soggetto a incuria, sempre più terra di nessuno e sempre più mal sfruttato nonostante chilometri e chilometri di spiagge bianche e larghissime potrebbero fare di questo luogo la meta balneare più ambita d’Italia.

Il gestore dello stabilimento balneare è un padre di famiglia e un cacciatore, così come suo padre prima di lui, e a differenza di quanto ci fosse da aspettarsi quando gli abbiamo “presentato” i Fratini che nidificano in prossimità del suo stabilimento, raccontato la loro storia e spiegato perché è importante tutelarli si è mostrato interessato e disponibile ed è diventato a tutti gli effetti parte della squadra degli amici del Fratino e non solo in maniera dichiarata ma fattiva. Da tre anni ci avvisa quando sono previste le pulizie della spiaggia con i mezzi meccanici (estremamente pericolose per la specie), ci informa di eventuali situazioni critiche e ci segnala particolari avvistamenti di altre specie sensibili come tartarughe o cetacei spiaggiati e via dicendo. Come lui stesso ha avuto modo di affermare “Non li aveva mai guardati sotto quella luce”. La collaborazione che si è venuta a creare è preziosa non solo perché ci consente di essere più efficaci nella tutela della specie ma anche e soprattutto perché è frutto dell’instaurarsi di una relazione positiva che crea nuovi ponti, apre nuove strade e inediti scenari e ci parla di cambiamenti possibili. Quello che gli abbiamo offerto non è tanto una conoscenza più ampia quanto un punto di vista mai assunto prima e la tangibilità di legami mai considerati tra la presenza della specie nella propria realtà territoriale e le ricadute positive sulla propria attività lavorativa, la propria vita ecc.  Ad esempio la presenza del Fratino rientra tra i criteri di valutazione per l’assegnazione delle ambite bandiere blu e questo, per chi dovrebbe vivere di turismo, fa la differenza. Nuove prospettive, insomma. Ma c’è di più: la sua disponibilità ad analizzare un fatto sotto un’altra luce è facilmente spiegabile se ci si domanda perché si diventa cacciatori, qual è il percorso personale che ha condotto su questa strada. Ebbene in molti casi quella che è un’attività violenta nasce da un interesse vivo per la natura che, non conoscendo altre strade, non avendo alternative, si indirizza dove e come può, replicando l’esempio più vicino. Non è un caso che ascoltando parlare molti cacciatori o leggendo le loro riviste li si senta professarsi “amanti della natura” e addirittura “suoi unici veri custodi”.

A partire da questa consapevolezza possiamo quindi rintracciare la radice di quello che in origine doveva essere un reale interesse nei confronti del mondo naturale, ricostruirne il percorso e comprenderne gli esiti, e solo questa comprensione ci può permettere di elaborare strategie costruttive e di proporre alternative valide non solo ai nostri occhi ma anche a quelli di chi deve recepire le nostre proposte. Mettersi in una posizione di giudizio non ci è mai di aiuto e serve solo a chiudere le porte del possibile, costringendo ognuno a rimanere arroccato sulla propria posizione. Al contrario sospendere il giudizio ci consente di allungare un passo in una situazione sconosciuta, di saggiare i mondi possibili e, quasi sempre, di scoprire che questi mondi possibili possono divenire mondi realizzabili, e quando questo succede riacquistiamo fiducia nel prossimo, scopriamo che se questi non aveva mai dato è perché forse nessuno aveva mai chiesto (non nel modo giusto, almeno) e che una maggiore apertura da parte nostra paga quasi sempre con una maggiore disponibilità da parte dell’altro. Del resto nella cassetta degli attrezzi dell’educatore molto spazio è occupato proprio dalla consapevolezza che se si vuole giocare bisogna sgombrare il campo dai pregiudizi e lanciare la palla per primi.

Ma la storia di sottrazione che voglio raccontare non è quella del padre, che pure avrebbe motivo di essere narrata, bensì quella del figlio. Michele, questo è il suo nome, ha 9 anni e ora che la scuola è finita trascorre molte giornate insieme a suo padre e alle sue zie qui allo stabilimento balneare, dove può stare all’aria aperta, giocare, andare in bici e fare il bagno. Come suo padre ha un interesse vivissimo per il mondo naturale ed è un ottimo osservatore e c’è (ci sarebbe) da aspettarsi che, vivendo in questo contesto sociale, culturale e familiare, imbraccerà presto il fucile a sua volta. Ma non oggi. Oggi qui ci siamo noi che, al contrario, imbracciamo binocoli, macchine fotografiche e dispositivi GPS. Michele, quasi come se ci aspettasse, ci viene incontro e ancor prima di dire “ciao” ci chiede “Posso venire con voi?” e poi, rivolto a sua zia: “Posso andare con loro?”. La zia ci guarda con aria interrogativa e noi, sinceramente contenti, rispondiamo “prendi acqua e cappello!”. Sa già cosa stiamo andando a fare perché ormai sono quattro anni che veniamo qui e il progetto “Una spiaggia per il Fratino” è assurto agli onori della cronaca nazionale grazie ad un servizio in quattro puntate intitolato “Un tipo da spiaggia”, curato da Francesca Buoninconti e andato in onda su Radio 3 RAI per la trasmissione “Tre soldi”; anche lui e suo padre hanno rilasciato un’intervista e questo li ha resi ulteriormente orgogliosi di essere parte di un progetto di conservazione e tutela della fauna. A mare ci sono già i primi bagnanti e Michele potrebbe starsene nell’acqua e giocare a pallone, invece si incammina con noi sotto il sole rovente di luglio. Quasi subito avvistiamo i primi Fratini, i quali ci conducono presto alla scoperta del primo nido della giornata. Non ce l’aspettavamo vista l’estate inoltrata ma sarà una giornata piena di sorprese: alla fine scopriremo tre nuovi nidi per un totale di ben 9 nuove uova. Michele ci mette poco a imparare a riconoscere gli animali e i loro atteggiamenti e in breve tempo si trasforma in un segugio, tanto che il terzo nido sarà proprio lui a “stanarlo”. Durante i circa tre chilometri percorsi ci imbattiamo inoltre in un nutrito gruppo di gabbiani che riposano in riva al mare e un’occhiata veloce rivela che tra la maggior parte di gabbiani reali Larus michahellis sostano 3 gabbiani corsi Ichthyaetus audouinii, una specie ben più rara che nidifica in pochi punti del bacino del Mediterraneo ed è inserita nell’allegato I della Direttiva Uccelli nella categoria “prossima alla minaccia”. Al fine di scongiurare il pericolo la specie è costantemente monitorata dagli ornitologi europei e molti animali vengono marcati quando sono ancora nel nido per poterne seguire le tracce una volta che prenderanno a vagare nel Mediterraneo. Metto a fuoco sulle zampe e… tombola! C’è un anello! La foto mostra chiaramente il codice identificativo, appena saremo a casa lo inseriremo nella banca dati internazionale per segnalarlo e scoprire la storia di questo animale (quando e dove è nato, da chi è stato inanellato e quali spostamenti ha compiuto fino ad ora). Purtroppo l’obiettivo della fotocamera mostra anche tante, troppe zampe amputate a causa dei rifiuti, un problema ancora sottovalutato che colpisce ormai moltissimi animali acquatici come uccelli e tartarughe. I rifiuti come reti, lenze e fili di ogni sorta infatti si attorcigliano a zampe, ali e becchi e, nella migliore delle ipotesi, li stringono progressivamente fino ad amputarli. Guardandoci intorno non facciamo fatica a scorgere sulla spiaggia molti di questi rifiuti killer, ci sono reti e lenze da pesca abbandonate ovunque e Michele, aiutato da me, comincia a rimuovere tutti quelli che può riempiendosene le tasche per smaltirli correttamente.

Nell’arco di un paio d’ore Michele ha identificato 4 nuove specie di uccelli che condividono il territorio con lui, ha visto con i propri occhi quanto semplici disattenzioni da parte nostra possano essere micidiali per queste ed altre specie, ha affinato il suo spirito di osservazione, ha conosciuto il fenomeno della migrazione e i metodi del monitoraggio faunistico, ha appreso molte caratteristiche etologiche, ha sperimentato il gusto della ricerca e della scoperta, ha imparato ad avere pazienza, ha dato un senso alla fatica ma, soprattutto, ha scoperto un nuovo modo di relazionarsi con la natura; ha visto un’alternativa, un indirizzo nuovo verso il quale incanalare questa sua passione per il mondo naturale in maniera più pacifica, più costruttiva, più bella e più utile. Ha condotto un’esperienza educativa. Secondo Dewey infatti “l’esperienza è la chiave di volta per pensare e fare educazione ma non tutte le esperienze sono educative. Solo se l’affettivo e il cognitivo si intrecciano si può dare esperienza educativa. Un’esperienza educativa suscita curiosità, rafforza l’iniziativa e fa nascere desideri e propositi che sono sufficientemente intensi da trasportare un individuo al di la dei punti morti del futuro ed è allora che l’educazione è un’educazione per la crescita.” Appena arriviamo al Lido infatti Michele, visibilmente emozionato, racconta a tutti i presenti della sua scoperta, ovvero quella dell’ultimo nido che, tra l’altro, sta proprio appena fuori dallo stabilimento balneare di suo padre, in una zona appartenente all’esercito italiano. La zia, il padre, il fratello e il nonno sono contenti di vederlo felice e lo ascoltano, incoraggiandolo a dire di più e lui non si limita a raccontare ciò che ha visto e fatto, è già oltre, è già passato al livello successivo: si sta preoccupando del fatto che presto i militari verranno a pulire la spiaggia e bisogna informarli che li c’è un nido, che bisogna fare attenzione a non schiacciarlo e a non disturbare i genitori perché potrebbero abbandonare la cova oppure, se impossibilitati a covare per troppo tempo, le uova potrebbero essere bruciate dal sole. È già avanti Michele, ha già compiuto quel salto di coscienza che lo carica di responsabilità e che, più in là, lo farà interrogare rispetto ai modi di rapportarsi alla natura, alle altre specie e all’ambiente.

Se J. Dewey aveva ragione l’esperienza educativa che Michele ha compiuto oggi “vivrà fecondamente e creativamente nelle esperienze che seguiranno. Come nessun uomo vive e muore per se stesso, nessuna esperienza vive e muore per se stessa. In completa indipendenza dal desiderio o dall’intenzione ogni esperienza continua a vivere nelle esperienze future, influenzando in bene o in male le attitudini che aiutano a decidere della qualità delle esperienze che seguiranno, con il promuovere certe preferenze e avversioni e con il rendere più facile o più difficile l’agire per questo o quel fine.” Michele, forse, oggi è stato sottratto all’utilizzo del fucile, alla piccola illegalità, all’amore violento e a certe frequentazioni.

E J. Dewey aveva senz’altro ragione, perché nel momento dei saluti Michele ci guarda con occhi interrogativi e speranzosi e ci domanda “quando tornate?”.